
24-07-2010

Mentre B. tornava a piazza duomo per ricevere il premio "Grande Milano" quale miglior politico, straordinario imprenditore, umano benefattore, fonti della Procura romana facevano intendere che l'inchiesta sulla P 3 stava coinvolgendo altri protagonisti della politica e dell'affarismo (in aggiunta ai ben noti Cosentino e Verdini, il primo dimissionario, il secondo in bilico) e si apriva la questione del dimissionamento del sottosegretario Caliendo, collega e socio del famigerato Carboni. E continuava il mormorio sui conflitti all'interno del PdL (ultime sospettate tre ministre e la loro agenzia "Liberamente", ennesima correntina mimetizzata da centro studi). E, non casualmente, si riapriva la valanga di voci attorno al rapporto mafia-Stato in occasione dell'anniversario dell'uccisione del giudice Borsellino e della sua scorta, in quella fase di aperta guerra terroristica che segnò gli anni '80 e '90. La domanda è una sola: vi fu connubio?
Su questo sfondo di cronache alcuni osservatori si sono interrogati sul tema: che cosa c'è di simile e di diverso tra la gran crisi che portò alla fine della prima Repubblica e la situazione odierna di caos nella maggioranza che potrebbe trasformarsi nel seppellimento della seconda Repubblica di stampo berlusconista? In quanto alle somiglianze la risposta è semplice: allora furono distrutti i partiti dominanti avvelenati da tangentopoli e, appunto, da compromissioni mafiose; oggi i soggetti e i metodi della crisi sono altri: faccendieri frammisti a politici cinici che agiscono per canali clandestini allo scopo di condizionare e piegare le autorità di garanzia a favore delle pendenze penali e delle invenzioni autoassolutorie dei vari Alfano in carica. Oggi non scorre sangue ma emerge tutto un sistema corruttivo appoggiato alla spesa pubblica che frammischia appalti, arricchimenti illeciti e consenso elettorale. La tabe di oggi non è data da singoli furbi lestofanti ma dall'assenza di un vero potere dell'interesse pubblico in cui la moralità si sposi con la competenza. Insomma l'invadente autoritarismo di B. si rivela un colabrodo di porcherie e di incapacità, si tratti della ricostruzione dell'Aquila, di colpire le rendite sporche della finanza liberista e non i servizi essenziali per la popolazione, (dice niente che per la prima volta scioperano i medici rinviando 40 mila interventi chirurgici?), di salvaguardare i deboli, di rispettare la libertà d'informazione.
Tutto, insomma, si riconduce alla questione di come si governa sotto la copertura del carisma berlusconiano. Qui è il vero fallimento. La cassa integrazione lievita a ogni stagione, le banche annunciano il crescente indebitamento delle famiglie, la disoccupazione (quella censita e quella di chi rinuncia a chiedere lavoro) è al top del decennio, la tanto esaltata globalizzazione economica si traduce da noi in una caduta delle esportazioni e in un incremento del disavanzo estero del Paese, le uniche misure di risparmio sono caricate su salari e pensionamenti, con tanti saluti alla mille volte promessa riduzione delle tasse (a proposito, quanta gente sa che nel decennio del potere berlusconiano le tasse sono cresciute dal 45,4% del prodotto interno lordo al 47,2%?). Emblematica del drammatico quadro è la rivolta degli operatori dell'arte e dello spettacolo nel Paese che fu fonte di luce per il mondo in campo culturale. E l'Istat ci dice che le distanze di reddito tra i deboli e i forti s'accrescono a velocità mai registrata. Per tutto questo B. non ha neppure una parola, solo eccitate polemiche contro il "pessimismo" diffuso dall'odiata "sinistra" spalleggiata dalla stampa. Il doppio monopolista della comunicazione ha il fegato di proporre la mordacchia a magistrati e giornalisti. E allora diciamola chiara: gente, liberatevi dal rischio dell'intossicazione disinformativa: salutate il Tg 1 Rai e il Tg 4 Mediaset, andate in cerca piuttosto di informarvi davvero attraverso quel che residua di buona comunicazione: Rai 3, Rai News, La 7 e, in certa misura, Rai 2. Altrimenti sarete doppiamente vittime poiché non si può cambiare l'ingiustizia se non se ne conoscono cause e protagonisti. Altro che attendere a fiato sospeso le decisioni del cavaliere per mettere in riga il suo partito allo sbando o proteggersi dalle insidie degli alleati. Conoscenza e lotta, ecco i fondamenti di una riscossa sociale e democratica.
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