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:: ESTERI ::

Il nuovo Medio Oriente: Israele e Arabia Saudita nuovi alleati delegati degli USA


Fabio Bartoli

28-06-2018

Il braciere mediorientale brucia e, mentre in Italia il nascente governo "della destra del cambiamento" considera la politica estera in funzione dei rimpatri dei clandestini e della cancellazione delle sanzioni alla Russia, cresce laggiù il rischio di un conflitto generalizzato, potenziale detonatore di uno scontro tra le grandi potenze planetarie e regionali.
In Siria Assad, spalleggiato da Putin, tenta una normalizzazione del Paese che cancelli le tracce dell'ISIS e del popolo curdo utilizzando allo scopo qualsiasi strumento di guerra convenzionale e ricorrendo, se necessario, alle armi chimiche con quali ottenere la deportazione di massa della popolazione civile indesiderata. Tutto ciò nell'indifferenza internazionale, salvo qualche atto dimostrativo isolato, come il bombardamento delle postazioni governative da parte di USA, Inghilterra e Francia. In realtà Trump ha ribadito più volte la volontà di abbandonare il teatro mediorientale che a suo modo di vedere non rappresenta una priorità per gli USA e, forte della sua parola d'ordine in campagna elettorale "prima di tutto l'America", riduce il costo dell'impegno militare e guarda alle elezioni di medio termine. Ma la strategia del presidente americano è più sottile e pragmatica, tenta infatti di sostituire all'impegno diretto sul campo la presenza di alleati locali, meno sensibili alle critiche internazionali quando intervengono per la salvaguardia di interessi comuni. Siamo di fronte ad una politica per interposta persona che lascia il lavoro sporco ad alleati fedeli con meno scrupoli, ansiosi di assumere un ruolo egemone nello scacchiere del Medio Oriente.
Gli interlocutori di Trump sono essenzialmente Israele e l'Arabia Saudita. Alla prima il presidente USA regala lo spot dello spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme, segnale inequivocabile del supporto alla politica estremista del governo di destra del Likud. Alla seconda concede l'aggressione degli altri paesi arabi che non si schierano apertamente sulle posizioni antagoniste all'Iran. Ad entrambe offre l'uscita dall'accordo sul nucleare firmato da Obama e dagli alleati europei per mettere fine alla ricerca nucleare iraniana per scopi militari.
Ovviamente dietro a queste iniziative politiche si nascondono enormi interessi economici, primo fra tutti lo sfruttamento dei giganteschi giacimenti di gas naturale del Golfo Persico a cui mirano sia Israele, sia l'Arabia Saudita, che tentano di rimettere in discussione le concessioni di estrazione condivise da Iran, Emirati e Qatar, tutti sotto sanzioni da parte del regime saudita.
L'alleanza strategica inconfessabile tra Israele e Arabia Saudita si salda tra le due potenze regionali, entrambe storicamente legate agli USA ma in passato acerrime nemiche. Eppure oggi questi paesi hanno molti punti in comune, ad esempio, sono al centro di critiche per le violazioni costanti dei diritti umani e dedicano ingenti risorse finanziarie per migliorare la propria immagine. Il recente Giro d'Italia, partito proprio da Gerusalemme, ha portato nelle casse degli organizzatori italiani una sponsorizzazione da 12 milioni di euro per 400 km di percorso totale, quasi 30.000€ al chilometro.
Anche il nuovo erede al trono saudita, il principe Mohammed Bin Salman, impegnato nella modernizzazione del Paese, dopo aver imprigionato l'establishment politico/economico a suo dire corrotto, ha promesso di coinvolgere nel suo progetto il desiderio di cambiamento dei giovani e delle donne. La scorsa settimana però, tre attiviste per i diritti umani, protagoniste della battaglia per la concessione della patente di guida alle donne, sono state arrestate proprio per aver sfidato le autorità promuovendo sui social i loro video sgraditi ai religiosi integralisti. Tutto ciò a quattordici giorni dall'entrata in vigore dalle norme che consentiranno a tutte le donne saudite di poter conseguire questo diritto. Allora perché sono state arrestate proprio adesso? Semplicemente perché il regime non vuole perdere la leadership del cambiamento e preferisce che le attiviste non possano reclamare il successo come una conseguenza delle loro battaglie.
Infine ciò a cui abbiamo assistito il 14 maggio scorso colpisce per la crudeltà del realismo politico di USA e Israele. Mentre a Gerusalemme si festeggiava con lo champagne la nuova sede dell'ambasciata americana, a soli 75 km di distanza i cecchini dell'esercito israeliano falciavano 55 uomini, donne e bambini che manifestavano la loro disperazione marciando simbolicamente a mani nude verso il confine tra Gaza e Israele, lanciando pietre e bruciando pneumatici.
Per comprendere la situazione del popolo palestinese di Gaza costretto in una prigione a cielo aperto, chiusa dal mare e dalle navi da guerra israeliane da un lato, e dal filo spinato e dai blindati dall'altro, occorre sapere che a Gaza l'energia elettrica è disponibile solo qualche ora al giorno, manca l'acqua, il cibo (l'esercito consente pochi rifornimenti due giorni alla settimana), le medicine. In questo quadro il popolo di Gaza vive in uno stato di abbandono anche da parte dei Paesi arabi amici di un tempo, che ora preferiscono guardare altrove e risolvere i loro conflitti interni. La stessa Autorità Nazionale Palestinese (ANP), specie dopo la vittoria di Hamas alle elezioni politiche, non si occupa abbastanza di Gaza preferendo concentrarsi sulla Cisgiordania e vivendo ogni giorno più isolata nel quartiere borghese di Ramallah a difendere il privilegio di pochi.
In questo quadro di sopraffazione e diritti negati le proteste sono destinate a continuare, il bisogno di libertà e di miglioramento delle condizioni di vita porteranno fatalmente ad altri scontri e ad altro sangue. La politica degli Stati Uniti, sorda come in passato, è destinata ad allontanare la pace. Il disimpegno attuale e la mano libera concessa agli alleati più spregiudicati è un pericoloso modo di giocare con il fuoco accanto alle micce esplosive sempre più corte dell'inferno medio orientale. E l'Europa? E l'Italia? Non pervenuti. Il già poco incisivo ruolo del Rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si spegnerà del tutto quando il nuovo governo italiano di destra metterà in atto il suo programma anti europeo e sovranista.


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